Negli anni ’70 inizia con una serie di esperimenti linguistici di matrice concettuale ed approda in seguito ad un’analisi di luoghi marginali e anonimi, elementi della natura e del costruito, in immagini rarefatte nelle quali il vuoto vale più degli oggetti, divenendo luogo abitato da sparsi segni in un processo di astrazione crescente (Roberta Valtorta, Poetica e poesia, una lettura della fotografia italiana contemporanea).

Tra i maestri di quel rinnovamento della tradizione fotografica italiana che, a partire dagli anni ’70, ha posto come centro d’indagine il paesaggio -scardinandone ogni visione precostituita-, Guidi ha sviluppato una ricerca che, dall’analisi del paesaggio post-industriale, approda alla consapevolezza che quello attuale è uno scenario complesso, che non si manifesta più per categorie rassicuranti (città-campagna; naturale-costruito; bello-brutto), ma si frammenta in un’infinità di segni di difficile definizione e che mette in crisi anche la capacità di distinguere il rappresentativo dall’insignificante.

Per la comprensione di questa complessità, l’atteggiamento del fotografo non è quello della risposta ma quello dell’ascolto.

Un ascolto imparziale che si traduce , per il fotografo, nell’ampliare il campo del fotografabile, mettendo a fuoco oggetti, tracce o luoghi interstiziali, rivelando aspetti della realtà che sfuggono la nostro sguardo cosciente.

Il suol linguaggio è fatto di immagini che sono all’opposto della spettacolarità, poeticamente minimali. (MAXXI Architettura Fotografia Le collezioni)

Ha descritto la sottile, quanto pervasiva precarietà che, a partire dagli anni ’80, cominciava ad insinuarsi nel paesaggio urbano italiano, neutralizzandone ogni forma di narratività, sostituendo ad essa immagini ambigue, mai dirette, di spazi quotidiani periferici, problematici, instabili, come a volte sottolineato dalle stesse inquadrature inclinate.

La stessa adozione di una palette di colori sbiadita ed opaca, sottolinea la visione incerta che caratterizza la poetica dell’autore. (Antonella Russo, Storia culturale della fotografia italiana).

A partire dagli anni ’70 il concetto di paesaggio subisce mutazioni che comportano una nuova attenzione a spazi e territori considerati indefiniti o marginali, in contrasto con la bellezza prestabilita del monumento o del paesaggio idilliaco.

La parte più riconoscibile del lavoro di Guidi sono immagini di luoghi ai margini dell’urbanizzato ma la sua ricerca va sempre oltre il soggetto della fotografia.

Guidi non vuole monumentalizzare questi spazi né sottoporli ad un processo di connotazione estetica. Piuttosto preferisce osservare liberamente ciò che sta a lato, al di sotto o all’ombra dei luoghi dove era considerato obbligatorio fotografare.

Ma non è solo una questione di soggetti nuovi che diventano fotografabili, si tratta anche di un diverso modo di percepire” questi soggetti da parte del fotografo e dello spettatore.

Non si tratta solamente di spostare l’attenzione su un altro tipo di luoghi, o di cambiare canoni estetici a favore di ambienti che possiamo definire degradati.

Il senso della sua esplorazione, attraverso il linguaggio fotografico, si basa su due questioni fondamentali. Da un lato la possibilità ed il tentativo di articolare un pensiero per immagini che va direttamente contro la tradizionale opposizione tra visivo e verbale. Dall’altro l’analisi della natura dell’immagine proiettiva, attraverso cui far vedere mentalmente ciò che non è strettamente visibile e in qualche modo sfugge alla rappresentazione, come, ad esempio, lo spazio che si trova tra percezione e interpretazione (“l’aspetto del mondo per noi sarebbe sconvolto se riuscissimo a vedere come cose gli intervalli tra le cose”: Maurice Merleau-Ponty, Il cinema e la nuova psicologia).

(Marta Dahò Attraverso la camera vuota)

L’immagine, artistica e non, sancisce la nascita di un oggetto completamente nuovo; essa non è dunque una replica, ma l’occasione di “vedere di più” o, come direbbe Paul Klee, di «rendere visibile» la realtà che abbiamo sotto gli occhi.

Le immagini dipinte da Paul Cézanne appartengono allo stesso campo d’azione di chi le guarda: esse si fanno guardare e contemporaneamente guardano, sono loro a dettare le norme stesse della visione. 

Per Guidi la fotografia è un processo ed un’esperienza di comprensione.

L’immagine non è intesa come illustrazione di una storia o di una discorso precedente lo scatto  ma l’immagine diviene realtà solo attraverso l’osservazione del suo spettatore, che deve porsi nello stato di massima disponibilità percettiva, tenendo sempre presente che le immagini vanno interpretate in termini visivi.

Questo comporta da parte dell’autore una particolare cura nell’individuare uno spiraglio attraverso il quale lo spettatote possa entrare nell’opera.

La fotografia di Guidi ci fa percepire acutamente il vuoto e la disarmante impossibilità di trovare il nostro posto nello spazio. Vi è indicato il difficile rapporto tra paesaggio contemporaneo e figura umana, e quando egli fotografa il paesaggio noi percepiamo l’uomo, quando fotografa l’uomo noi pensiamo alla condizione di instabilità del paesaggio.

Questo lasca in noi, alfine, un aereo senso di smarrimento. (Roberta Valtorta, E infine Milano)

Per Guidi fotografare significa porre un problema visivo e offrirne una soluzione.

Molti dei temi visivi affrontati da Guidi nelle sue esplorazioni del paesaggio indicano una percezione chiara della dialettica inestricabile tra l’esperienza del luogo e il disegno bidimensionale dell’immagine.

Gli elementi possono essere lo sguardo “di ritorno” lanciato dal paesaggio verso il fotografo e lo spettatore (attraverso le strutture antropomorfiche che emergono dagli edifici e dalla natura); lo scarto temporale con riprese diacroniche o caratterizzate da un’azione del tempo in quell’immagine, ad es. l’effetto del mosso “fissato” nell’immagine ; l’iscrizione nell’oggetto fotografico di tracce del suo stesso farsi, dichiarazioni del ruolo del mezzo fotografico e dichiarazioni dell’artificialità dell’atto fotografico (ben lontano dall’essere un analogon della realtà), attraverso le vignettature delle ottiche, le prospettive sghembe, le messe a fuoco selettive o sulle stampe i segni dei telai delle pellicole o le scritte e i segni che il fotografo vi traccia.

Guidi propone allo spettatore un atto di autocoscienza rispetto alla sua esperienza contemplativa, nel tentativo di pensare alla pratica fotografica in una prospettiva dialogica e intercomunicativa.

Le influenze che hanno ispirato la fotografia di Guidi si possono riconoscere nell’opera  di Atget e nella fotografia americana, in primis Walker Evans, e poi  Lee Friedlander, Stephen Shore, William Eggleston, John Gossage.

Tuttavia si registra nella cultura visiva di Guidi una forte influenza della tradizione pittorica italiana, dai pittori del primo ‘900 come Balla e Boccioni, ai pittori del primo Rinascimento come Piero della Francesca e Masaccio.

Nell’opera di Guidi relativa a paesaggio effettuata a partire dai primi anni ’80 con un apparecchio di grande formato, si riscontra inizialmente un confronto diretto con alcuni soggetti elementari , come alberi, facciate di piccole costruzioni, geometrie artificiali sedimentate nel paesaggio. Le riprese sono spesso frontali, senza grandi intenzioni compositive, caratterizzate spesso da un intenso arcaismo con celebrazioni dirette di soggetti ricchi di allusioni simboliche e animistiche.

Dalla prima metà degli anni ’80 la visione dell’autore investe più direttamente i segni del paesaggio contemporaneo, inserendovi soggetti del tutto inediti nella tradizione visiva italiana: pali, materiali di scarto, residui informi.

Importante nella sua ricerca diventerà il sistema delle relazioni tra questi elementi.

C’è una rinuncia al centro visivo, al “ritratto” di soggetti precostituiti, con uno spostamento dell’attenzione verso lo spazio tra le cose, le contiguità, le associazioni.

Questa modalità si esprime nella sua forma più elementare sull’enunciazione di elementi che, collimando con altri nella costruzione prospettica, li indicano alla stregua di frecce o sottolineature.

Nella loro forma più evoluta è lo spettatore che viene invitato ad assumere un ruolo attivo nella lettura dei nessi che legano tra loro gli elementi del paesaggio ri-abitando lo spazio ed interpretandone la costitutiva polisemia.

I luoghi non vengono descritti per rispondere ad un’esigenza di documentazione topografica ma le immagini hanno spesso un carattere astratto e metafisico.

(Antonello Frongia “Almeno un sasso”)

Dice Guidi in relazione al paesaggio :”Viene spesso legato il concetto di paesaggio alla contemplazione, all’essere al di qua, al di fuori. Per me, invece,  rapportarsi con la realtà è sempre stato esserci dentro, senza distacco ed ironia. Ho uno sguardo concreto sul paesaggio, non una visione ideale della prospettiva centrale, ma una visione del paesaggio quotidiano, da qualsiasi punto di vista.”

“Quello che mi interessa costruire in fotografia sono relazioni degli oggetti tra loro e con lo spazio. L’oggetto fa parte dello spazio, del contesto, scaturisce da esso”. “Alla base c’è un pensiero visivo, tutto parte dalla vista”.

“Due fotografie sullo stesso soggetto, fatte una dopo l’altra, possono essere un racconto: tesi ed antitesi. Una fotografia che segue l’altra la smitizza e la sconfessa, o al contrario la conferma e l’aiuta nella relazione reciproca”.

“Per quanto riguarda i fili, i pali, alberi, case, sono elementi distintivi del paesaggio contemporaneo e sono anche i segni e gli ingredienti principali di queste fotografie.

Paul Klee parla di corsie preferenziali che invitano l’occhio in una certa direzione, in un dipinto come in una fotografia ci dovrebbero sempre essere, anche se a volte la direzione è ambigua e la soluzione apparente”.

“Se vuoi vedere le trasformazioni in modo più consistente bisogna andare in periferia. Nelle periferie il potere si sente meno e quindi ci può essere più facilità a trasgredire le leggi imposte.

A partire da Vermeer si ha una visualizzazione del mondo a partire dai bordi piuttosto che dal centro, contrariamente a quanto avveniva nel Rinascimento per merito della prospettiva centrale.

Occuparsi di fotografia ha una logica interna alla periferia stessa, che come dice Szarkowski, lavora più sui bordi che sul centro.”

“Per questo non ho quasi mai eseguito vedute frontali, o simmetriche, svincolandomi dalla prospettiva centrale classica e attingendo piuttosto ai modi della prospettiva accidentale”.

“Io guardo il mondo ed il mondo guarda me. Il vero contenuto della fotografia non è mostrare le cose ma è mostrare l’attività dello sguardo, è designare (che vuol dire indicare ma anche stabilire e significare) con la fotografia”.

Gerry Badger (A New Map Of Italy) ha definito le fotografie di Guidi tra le più sgradevoli che lui avesse mai visto (pur considerandolo un complimento) e la visione dell’Italia che ne derivava come una visione singolare, misurata, forse squallida …

Nel contempo Badger considera la visione di Guidi quella di un poeta, un poeta di detriti e di strani luoghi.

In realtà nelle immagini di Guidi viene spesso dichiarata l’artificialità della sua ricerca fotografica e che, se si tratta, come in effetti si tratta, di fatti reali, essi vengono comunque interpretati, e da qui ne deriva una fiction, pur basata su fatti reali.

Anche se Guidi nega di avere uno sguardo ironico sulla realtà che descrive in modo così impassibile, rimane un’incertezza se il suo sguardo sia serio od ironico.

Guidi è attirato dalla periferia, dall’attualità di un’Italia che i turisti non conoscono, perché non vogliono vederla e che gli italiani ignorano, perché così  ubiquitaria da essere diventata invisibile.

Guidi fotografa luoghi anonimi, baracche, cancelli, porte, strade ordinarie, siti in costruzione.

Anche i ritratti sono di individui ordinari, anonimi, imperscrutabili.

Si potrebbe parlare per le cose e le persone che fotografa di espressività inespressiva.

Il suo modo è così determinatamente impassibile che diventa una forma di espressione sottolineata.

La sua mancanza di ostentazione retorica, sia nella forma che nella scelta del colore, è a  sua volta una potente affermazione retorica.

(Testo a cura di Mauro Previdi)

Bibliografia : Guido Guidi: La figura dell’Orante. Edizioni del bradipo 2012

Guido Guidi: A New Map of Italy. Loosestrife Editions 2010

Guido Guidi: Cinque paesaggi. Postcart 2013