Olivo Barbieri, Walter Niedermayr e Massimo Vitali sono tre fotografi, che, pur nella loro singolarità, sono  accumunati da una serie di elementi che caratterizzano la loro fotografia:

– la presenza dell’uomo nel paesaggio, presenza spesso considerata criticamente;

– la distanza fisica e mentale del fotografo, che guarda con un certo distacco, con atteggiamento  apparentemente neutro, ma in realtà problematico e, spesso ironico, questa stessa presenza;

– l’ambiguità dell’immagine, che indaga il problema della percezione e della rappresentazione della realtà descritta;

– la tendenza alla serialità delle immagini che si riscontra, sia nella effettuazione di sequenze, di dittici-polittici, sia nella ripetitività dei soggetti che vengono interpretati in vere e proprie tipologie.

Oltre a questo sono accumunati da fattori anagrafici, appartenendo sostanzialmente alla stessa generazione.

Gli antecedenti della loro fotografia si ritrovano nella pittura di paesaggio dei secoli XVIII e XIX, con richiami che risalgono fino a Bruegel il Vecchio, e nella fotografia topografica americana del XIX secolo, nella fotografia della “Nuova obiettività” tedesca, con Albert Rengher-Patsch, August Sander, Karl Blossfeld.

Per quanto riguarda  il problema della ambiguità di visione e rappresentazione e la serialità di raffigurazione, gli antecedenti vanno riconosciuti nei New Topographics, in particolare in Lewis Baltz (paradigmaticamente in Caldlestick Point),  nei coniugi Becher, e per l’Italia in Guido Guidi.

Anche dal punto di vista tecnico c’è una certa concordanza, con immagini dai colori desaturati, a basso contrasto e con l’utilizzo di stampe di grandi dimensioni.

Li accomuna anche il favore attuale del mercato, dei collezionisti e delle gallerie, all’interno del circuito dell’arte contemporanea.

OLIVO BARBIERI: nato a Carpi nel 1954. Il suo lavoro di esordio è stato Flippers 1977-1978, la sua prima ricerca seriale in cui descrive frammenti di schermi di vecchi flippers, immagini iconiche di una realtà artificiale che facevano parte della cultura pop degli anni ’60-70.

E’ stato uno dei più giovani fotografi ad aver partecipato a Viaggio in Italia, coordinato da Luigi Ghirri, nel 1984, con immagini notturne della tranquilla provincia padana in cui inserisce l’elemento di artficiosità  (per l’epoca) del colore e dell’illuminazione artificiale. “Mi pareva che nessuno, sino a quel momento, avesse fotografato la notte a colori, colori che sembravano sintetici ed elettronici”. “Non mi sono mai occupato di fotografia notturna ma di illuminazione artificiale che è una cosa completamente diversa.. L’illuminazione artificiale è una diversa possibile lettura del reale, lettura che è anche abbastanza misteriosa. Mi interessava vedere come si trasformano le forme e i rapporti spaziali tra di loro”.

Unico fotografo italiano a esser stato invitato nel 1987 alla Mission Photographique Transmanche: “Ho fotografato i territori della frontiera franco-belga, poco dopo l’apertura dei confini. Erano luoghi di miniere. Ho cercato di rintracciare le forme del passato che hanno forgiato il presente, cercando di immaginarne il futuro”. In un territorio caratterizzato da una frontiera puramente convenzionale, senza elementi naturali che delimitino i due paesi, Barbieri utilizza anche qui lo straniamento della luce artificiale dei suoi paesaggi notturni.

Dal 1996 al 2002 lavora a Virtual Truths , un progetto composito, con immagini scattate in luoghi pubblici in Italia (centri commerciali, stadi, tribunali) e in grandi città della Cina e dell’India.

In queste fotografie c’è ancora l’attenzione alla luce artificiale ma inizia a delinearsi un diverso modo di approccio utilizzando nella ripresa ottiche decentrabili per selezionare il punto di fuoco dell’immagine.

“Mi ero stancato dell’idea democratica di fotografia , volevo scoprire un meccanismo che mi potesse indicare quale fosse il punto di attenzione e da lì ho cominciato ad usare la tecnica del fuoco selettivo, rendendomi conto che non solo ottenevo quello che avevo in mente ma che tutto si trasformava, tutto diventava quasi finto…”

Dal 2003 inizia il progetto Site Specific: città e luoghi visti dall’alto. Grazie all’utilizzo della messa a fuoco selettiva e alla ripresa dall’elicottero a 300-500 metri di altezza, le fotografie di Barbieri restituiscono un’immagine disorientante dei luoghi, che appaiono così più simili a modellini in scala che a contesti reali.

La sua visone mette in discussione i rapporti gerarchici di grandezza della varie strutture che, riprese a distanza e/o messe a fuoco selettivamente, cambiano la percezione usuale che abbiamo di esse.

Dal 2003 al 2015 con Parks il suo interesse si sposta sui luoghi naturali, in particolare sui luoghi più famosi, invasi dal turismo di massa (la laguna di Venezia, Capri, le Dolomiti, le Victoria Falls, le cascate dell’ Iguazu..) e da questo trasformati in una sorta di parchi tematici.

American Monument and Monument del 2017 è l’ultimo dei suoi progetti: “è il tentativo di capire se l’Occidente sia ancora decifrabile attraverso le immagini. Di capire se, con la pervasività che hanno, abbiano ancora un senso. La messa a fuoco non è quella della macchina fotografica, ma di come funziona il cervello umano”.

Si tratta di una serie di immagini effettuate tra Stati Uniti e Italia.

Negli Stati Uniti si concentra soprattutto sulle forme, in particolare sul cerchio, che ricorre nelle insegne dei locali che preparano donuts, le classiche ciambelle fritte americane, o negli impianti che producono energia solare. Nel contempo ripercorre alcuni riferimenti iconici dell’immaginario europeo riguardo l’America, mediato dalla fotografia americana: già il titolo rimanda  ad “American Monuments” di Lee Friedlander;  visioni di Point Lobos (luogo in cui Edward Weston e Ansel Adams hanno eseguito alcune delle loro più famose immagini); scorci urbani con chiare citazioni di William Eggleston, Stephen Shore e Robert Adams.

Ci sono poi riferimenti all’arte contemporanea, in particolare a Mark Rothko con immagini elaborate graficamente.

L’Italia è presente con alcuni edifici storici: dalla Villa dei Mostri di Bagheria alla Chiesa incompiuta di San Nicolò a Catania, così come con alcune opere d’arte: La flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, o il Cane Aldovrandi del Guercino.  Queste immagini sono spesso elaborate graficamente, innescando un continuo rimando tra la realtà rappresentata e quella percepita. Relativamente a questa operazione il critico Achille Bonito Oliva ha affermato che “la fotografia di Barbieri non è né astratta né figurativa ma “figurabile”, portandoci a considerare da una parte l’evidenza delle cose riprodotte e dall’altra a spostare il nostro sguardo nella prospettiva del probabile, passando da un’affermazione ad una domanda”.

MASSIMO VITALI: nato a Como nel 1944, inizia la sua carriera come fotogiornalista e poi come fotografo di cinema. A cinquanta anni inizia ad entrare nel mondo della fotografia come arte contemporanea, proponendosi all’attenzione del pubblico e al mercato delle gallerie, con le fotografie di spiagge affollate che sarebbero divenute le sue immagini distintive.

Caratteristica di Vitali è una fotografia di spazi pubblici dove si concentrano un grande quantità di persone in veste ludica:  spiagge, ma anche parchi, montagne, supermercati, discoteche, piscine, piazze.

Oltre che dai soggetti, le sue immagini sono molto riconoscibili anche per le loro caratteristiche tecniche ed estetiche: sono immagini di grande formato, effettuate da un punto di ripresa sopraelevato ( in genere da una piattaforma alta 5 metri), con assenza di ombre, desaturazione dei colori, attenuazione del contrasto.

Spesso sono immagini in sequenza, dittici o panoramiche ricostruite in più scatti, studiando la percezione e le sue modificazioni in relazione allo spazio, alla prospettiva.

L’assenza di primi piani, associata al campo lungo o lunghissimo, da dove emergono vaste e uniformi panoramiche del paesaggio e della folla, evidenziano la perdita progressiva di identità degli individui, il paradosso di una cultura sempre più fondata sull’imitazione e sul conformismo.

Lo sguardo è neutrale, con una riduzione al minimo dell’emotività, regolando la luce fino alla rarefazione dell’immagine, scegliendo punti di osservazione privilegiati e criticamente dissociati, ironicamente voyeuristici.

In realtà i volti e la presenza della gente  sono comunque elementi che ridimensionano questo apparente distacco, distinguendolo dall’impassibilità della scuola tedesca e nord-europea.

Viene indagato l’uomo e l’uso che fa dell’ambiente in cui vive, l’aspetto socio-antropologico, soprattutto nei momenti di svago e ludici.

Nei suoi paesaggi emerge il conflitto tra l’ambiente, messo in crisi o addirittura violentato dalla massiccia presenza umana, e le esigenze di ricreazione e svago dell’uomo stesso, spesso costretto però a comportamenti conformistici e rituali, che mettono in dubbio le possibilità di scelte consapevoli.

Le pubblicazioni principali di Vitali sono Beach & Disco (1999); Swimming pools (2001); Landscape with figures (2004); Natural habitats (2011); Short stories (2019).

WALTER NIEDERMAYR: nato a Bolzano nel 1952. Dal 1985 lavora a progetti nei quali si occupa del paesaggio in quanto spazio occupato e modificato dall’uomo.

Nel 1987 con Alpen Landschaften inizia un’indagine sull’industrializzazione del paesaggio alpestre determinata dal turismo di massa, unita però al tema della relatività della rappresentazione fotografica e del visibile.

Del 1991 è Space Con/sequences che si concentra sugli spazi chiusi, su luoghi usualmente relegati ai margini della percezione, come ospedali e prigioni.

Artifacts del 1992 analizza i non-luoghi di grandi città, come gli svincoli autostradali, o in montagna sotto forma di strutture dedicate al tempo libero, soffermandosi sulla loro uniformità e ripetitività.

Nel 1997 affronta con Shell constructions lo spazio negli edifici in costruzione, in una fase in cui l’edificio non ha caratteristiche riconoscibili e gli spazi sono ancora vuoti, non funzionali, come non saranno più, una volta completata l’opera.

Image-Space del 2001 è caratterizzato da una serie di dittici che indagano il difficile rapporto della fotografia, bidimensionale per definizione, con la rappresentazione dello spazio architettonico tridimensionale.

Uno degli ultimi lavori è Portraits iniziato nel 2012, ancora sull’ambiente alpino ma concentrandosi in particolare sulle presenze silenziose, in cui si riconoscono richiami antropomorfi, costituite da porzioni di impianti di innevamento artificiale.

Complessivamente si possono riconoscere nell’opera di Niedermayrl’attenzione e il ragionamento sulla percezione e la visione, e sulla loro ambiguità, che si manifesta attraverso la creazione di sequenze, dittici-polittici; attraverso l’accostamento di sequenze con minime variazioni, di tempo o di inquadratura, alla ricerca di un equilibrio tra evidenza e illusione della rappresentazione.

C’è una presa di distanza da questi paesaggi, anche dal punto di vista formale, e per caratterizzarli, in confronto con la classica visione da cartolina o da immagine pubblicitaria, utilizza  la desaturazione e la sottoesposizione delle immagini.

Lo sguardo è distaccato e le immagini suggeriscono  l’esperienza di  guardare ad un giocattolo o un modellino.

“Il mio interesse è quello di slegare l’immagine singola dalla rigida immobilità dell’icona. Tutte le immagini e le idee dello spazio sono sempre ritagli ed estratti riposizionabili, inquadrature incomplete.”

Anche il colore neutro e tenue, sottraendo densità all’immagine, dà rilievo al senso di estraniazione e forse di impotenza a cui l’indagine ha condotto.

La presenza dell’uomo nel contesto di questi ambienti è anch’essa ambigua, oscillante tra un ruolo di attore principale  e quello di una comparsa di contorno. Se da una parte la Natura tende a sovrastarlo, evidenziandone la fragilità, dall’altra l’uomo è l’artefice delle trasformazioni che hanno caratterizzato il paesaggio negli ultimi decenni.

(Testo a cura di Mauro Previdi)

Bibliografia: – William Guerrieri: Attualità del documentario. In “Luogo e identità nella fotografia italiana contemporanea” a cura di Roberta Valtorta Einaudi 2013

-MAXXI Architettura. Fotografia Le collezioni Electa 2010