Quella che è passata alla storia con il nome di Migrant Mother è una delle immagini più note, riprodotte e riconoscibili di tutta la storia della fotografia, tale anzi da travalicare i limiti di questa, fino ad assumere il carattere di un’icona universale.

Poco dopo la data della sua prima pubblicazione nel 1936, è divenuta l’immagine simbolo della Grande Depressione, ma il suo significato è andato oltre la contingenza del momento storico ed è diventata un’immagine rappresentativa della maternità e della capacità umana di fronteggiare con coraggio e dignità  le condizioni di vita più avverse.

La sua risonanza è stata tale che ha finito, paradossalmente, anche per mettere in secondo piano la figura della sua autrice, Dorothea Lange, che, nonostante la sua lunga carriera e la sua grande produttività, rischia di essere ricordata come una “one-picture photographer”.

La fotografia fa parte del complesso corpo di immagini che la Lange effettuò per incarico della Resettlement Administration, successivamente trasformata in Farm Security Administration, un’agenzia governativa statunitense che, nell’ambito della politica del New Deal avviata dal presidente Franklin D. Roosvelt,  dal 1935 al 1944, aveva lo scopo di sostenere le popolazioni rurali colpite dalla Grande Depressione attraverso programmi di conservazione dei suoli, sperimentazione di nuovi modelli di fattorie, fornire aiuti finanziari a bassi tassi di interesse, allestire campi di accoglienza per gli agricoltori che abbandonavano gli stati del Midwest e del Sud degli Stati Uniti, colpiti dalla siccità, e che si trasferivano soprattutto in California.

Roy Stryker, capo della sezione storica della RA e poi della FSA, aveva la necessità di documentare ogni iniziativa dell’Agenzia anche per facilitare i finanziamenti del Congresso e sensibilizzare l’opinione pubblica della loro necessità.

La RS/FSA reclutò a questo scopo numerosi fotografi tra cui Dorothea Lange, Walker Evans, Gordon Parks ed altri.

Roy Striker, pur non entrando direttamente nelle scelte dei singoli fotografi, forniva comunque delle indicazioni di ordine generale sul tipo di fotografie da effettuare, che dovevano sottolineare il tipo di vita che gli agricoltori migranti affrontavano, le loro difficoltà e i loro bisogni.

La Lange aveva quindi uno scopo preciso nel percorrere le campagne della California e soprattutto i campi di accoglienza per gli agricoltori migranti: documentare le condizioni di queste persone per ottenere una risposta favorevole dall’opinione pubblica, contemperando al contempo le sue personali ambizioni di espressività artistica.

Nel febbraio-marzo del 1936 Dorothea Lange arriva nel campo di Nipomo, in California, che ospitava circa duemila braccianti occupati nella raccolta di piselli.

Il gelo aveva distrutto gran parte del raccolto e le condizioni di vita nel campo erano miserevoli.

Appena fuori dal campo, in una tenda arrangiata alla meglio, la Lange nota una donna con alcuni bambini; riprende la scena da lontano, poi si avvicina e, dopo avere scambiato qualche parola con la donna, completa una serie di sei immagini.

“Non le ho chiesto né il nome né la sua storia” dirà dopo molto anni la Lange. Sulle sue note si legge solo: “Famiglia di lavoratori agricoli migranti. Sette bambini affamati e la loro madre di 32 anni. Il padre è un nativo californiano”.

Nelle immagini si vedono solo quattro dei bambini citati e del padre non c’è traccia.

Sul San Francisco News del 10 marzo vengono pubblicati due di questi scatti, senza quello che sarebbe divenuto famoso. Li accompagna un articolo dal titolo: Cenciosi, affamati, falliti: i raccoglitori vivono nello squallore.

Il giorno successivo sullo stesso quotidiano viene pubblicato un altro articolo con il ritratto ravvicinato della donna, dal titolo: Cosa significa New Deal per questa madre e i suoi bambini? L’effetto non si fa aspettare. Al campo arrivano generi alimentari, vestiti e medicinali: la Migrant Mother aveva cominciato a manifestare il suo potere evocativo.

Pur appartenendo queste immagini al genere di fotografia documentaria, anzi rappresentandone delle epitomi, con le caratteristiche di essere dirette, oneste, senza interventi di manipolazione, in realtà si tratta di fotografie in cui l’intervento del fotografo, sia in fase di ripresa che nella fase successiva in camera oscura, è evidente.

Lange non arriva alla sua composizione finale per caso, ma preparando le inquadrature, disponendo la posizione e i gesti delle persone coinvolte, al fine di ottenere sicuramente un documento, specchio di una situazione reale, ma soprattutto di creare un’immagine che trascenda la realtà contingente e che diventi rappresentativa della condizione di migrante e della situazione socio-politica che l’America stava attraversando in quel periodo storico.

Delle sei fotografie scattate dalla Lange in quel campo, cinque sono conservate nella Libreria del Congresso degli Stati Uniti e sono di proprietà governativa e di dominio pubblico. Una sesta immagine non era stata consegnata all’agenzia governativa, probabilmente per ragioni estetiche.

Non ci sono elementi certi che ci indichino l’ordine in cui queste fotografie siano state riprese anche se è ragionevole supporre un andamento caratterizzato da un progressivo avvicinamento della Lange ai suoi soggetti.

La prima fotografia della serie è verosimilmente quella scattata da più lontano, appena la Lange, scesa dall’auto con cui era arrivata al campo, si accorge del gruppo di persone che si trovano sotto una tenda.

E’ un’immagine caotica, che manca di controllo e di un centro focale. La ragazza più grande siede su una sedia a dondolo e non guarda verso la fotocamera. Uno dei bambini più piccoli guarda verso la fotografa ma piange e fa un movimento con la mano. La madre è girata e quasi copre il quarto bambino.

E’ solo uno scatto di avvicinamento.

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Nella immagine successiva il gruppo si è ricomposto e si presenta più ordinato all’obiettivo della fotografa. Tutti guardano in macchina e sembrano essere in posa anche se rimangono elementi confondenti come la valigia semiaperta in primo piano.

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Nella terza immagine Lange si avvicina ulteriormente focalizzandosi sulla madre e sul bambino più piccolo in un’immagine più intima di accudimento e nutrizione. La ragazza grande e i due fratelli vengono esclusi.  L’espressione della madre è però di disagio e la confusione dell’ambiente rendono l’immagine poco attraente.

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Nell’immagine successiva Lange fa rientrare sotto la tenda  uno dei bambini che poggia la testa sulla spalla della madre. L’espressione del bambino non è soddisfacente.

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Lange cambia leggermente la composizione con un’inquadratura verticale che le permette una maggior centratura dei soggetti, e di eliminare la pila di indumenti sporchi ed in disordine. L’opinione pubblica è più sfavorevolmente impressionata se le persone, pur nella difficoltà, non sono in grado di accudire se stesse e non dimostrano auto-disciplina. In questa inquadratura viene messo maggiormente in risalto il piatto vuoto in primo piano con il suo significato di deprivazione materiale. L’immagine è ora bene composta, ricca di significati espliciti e simbolici. Si inserisce nella lunga tradizione di iconografia dell’arte occidentale dove la Madonna con bambino è circondata da figure angeliche o di santi. L’espressione della madre però è ancora dura e riservata, la postura rigida.

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Nello scatto finale la composizione assume maggiore equilibrio con l’ingresso del terzo bambino, I due bambini poggiano entrambi la testa sulle spalle della madre ma danno la schiena alla fotocamera. Questo evita conflitti di predominanza di volti ed il rischio di espressioni non adeguate. L’attenzione è ora tutta concentrata sull’espressione del viso della madre che, supportato e maggiormente inquadrato  dalla mano, perde la precedente riservatezza e rivela un atteggiamento che include preoccupazione ma anche forza e speranza in un futuro che sembra prefigurare.

E’ questa l’immagine che entrerà nella storia come simbolo di un’umanità sofferente ma con una speranza di redenzione.

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L’aspetto di realtà documentaria di questa fotografia, già messo in discussione dagli elementi descritti, verrà ulteriormente messo in discussione dal rilievo che si tratta di un’immagine “ritoccata”.

Infatti il negativo originale presenta un dettaglio che venne successivamente rimosso in camera oscura dalla Lange e che non compare nelle stampe successive.

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Si tratta del pollice della mano sinistra della madre che si appoggia al palo in primo piano e che venne dalla Lange ritenuto un elemento di disturbo per l’equilibrio ed il significato di una fotografia che avrebbe abbandonato lo stato di documento per acquisire quello di simbolo .

(Testo a cura di Mauro Previdi)

Bibliografia:  James. C. Curtis: Dorothea Lange, Migrant Mother and the Culture of             Great Depression.  Winterthur Portfolio 21, 1, 1986

Michael Stones: The Other Migrant Mother. Open Photography  Forums. Com Conscentiuos Photography Magazine: Looking at Dorothea Lange’s Migrant Mother. 20 May 2013