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Alberto Lattuada nasce a Vaprio d’Adda nel 1914.

Si laurea in Architettura e dagli anni Trenta inizia ad occuparsi di critica cinematografica, di arte, di architettura, collaborando a diverse riviste, tra cui Tempo Illustrato, Domus e Corrente, venendo in contatto con intellettuali di tendenza antifascista, come Ernesto Treccani.

Prima di dedicarsi esclusivamente al cinema come regista, si occupò di fotografia, pubblicando una selezione dei suoi lavori nel libro Occhio quadrato del 1941.

Occhio quadrato rappresenta un elemento di rottura rispetto alla fotografia allora in voga, rappresentando un’anticipazione di quella visione che avrebbe rivelato i caratteri del vero paesaggio italiano nel cinema neorealista, e costituisce uno dei primi approcci a quella fotografia di ricerca dell’identità dei luoghi che, solo negli anni ’80, con Viaggio in Italia, avrebbe visto la sua piena evoluzione.

Questo tipo di fotografie si ponevano in contrasto, da una parte, con le immagini celebrative della propaganda fascista, dall’altra con l’estetismo pittorialista o folcloristico che dominava nei saloni dei fotoamatori.

L’occhio di Lattuada si concentra soprattutto sulle periferie milanesi, ma ci sono anche immagini che descrivono zone più centrali della città come anche località diverse, come Torino o Venezia.

Lo sguardo si sofferma  sugli aspetti più marginali dell’ambiente costruito, evitando metodicamente di riprendere oggetti architettonici di rilievo e spazi pubblici monumentali per privilegiare frammenti, materiali e relazioni di un tessuto urbano abitato da un’umanità alle prese con le attività quotidiane, spesso in situazioni difficili e precarie.

I senzatetto che abitano la zona dell’ex gasometro, donne che lavano i panni in corsi d’acqua improbabili, case popolari degradate, piccole attività artigiane, il mercatino delle pulci alla Fiera di Sinigallia, fabbriche abbandonate.

Questi sono  i soggetti delle sue fotografie, ritratti con uno sguardo attento, interessato ma non compassionevole o pietistico, con l’attenzione per la realtà delle cose che trae insegnamento dalla lezione di Walker Evans, in American Photographs, che Lattuada aveva avuto modo di vedere.

Dice Lattuada nell’introduzione di Occhio quadrato: “Nel fotografare ho tentato di tener sempre vivo il rapporto dell’uomo con le cose. La presenza dell’uomo è continua e anche là dove sono rappresentati oggetti materiali, il punto di vista non è quello della pura forma, del gioco della luce e dell’ombra, ma quello dell’assidua memoria della nostra vita e dei segni che la fatica di vivere lascia sugli oggetti che ci sono compagni..”

Il suo atteggiamento di fondo è di stampo umanista: “rinnovare il flusso d’amore che muove gli uomini verso l’unità … per tornare a guardare gli uomini con gli occhi dell’amore”.

“Selciati di quiete piazzette, case possedute ed abbandonate, vecchi muri, collinette cittadine soffocate dalle pietre, uomini per le strade, uomini al lavoro, uomini sospesi alla voce della poesia, uomini vinti, e dappertutto, la tesa volontà di vivere..”

Oltre alle immagini contenute in Occhio quadrato, Lattuada, negli anni 1935-1941, raccoglie altre testimonianze fotografiche (utilizzando sempre una fotocamera di formato 6×6, a cui allude il quadrato contenuto nel titolo del libro) che sono uno spaccato della realtà di quegli anni, concentrandosi sempre sul “rapporto degli uomini con le cose”, sugli oggetti che portano i segni delle vite di coloro che li hanno usati o che li hanno abbandonati: il furgone di venditori ambulanti, il banco dell’ortolano, le piazzette percorse da rari passanti, gli angoli di periferia, le automobili riparate nei garage, in attesa di tempi migliori, quando sarà possibile tornare ad una vita normale e spensierata, lontano dalla guerra…

Occhio quadrato, e l’opera di Lattuada fotografo in generale, non ha avuto una adeguata risonanza nel pubblico e nella critica, se non in anni recenti.

Se questo è comprensibile fino alla fine della guerra, negli anni successivi, la mancata considerazione di Lattuada come autore, sconta probabilmente l’incipiente ideologizzazione della critica fotografica, poco attenta ad un autore non sufficientemente allineato.

A ciò si aggiunge che il suo apprezzamento  avrebbe dovuto vedere la nascita di un pubblico nuovo per il contesto italiano di quegli anni, uno spettatore disposto a interrogare le diverse articolazioni del testo visivo, dal dettaglio rivelatore, presentato dalla singola fotografia, sino alla sequenza tematica. Lo spettatore  italiano era invece più portato ad una fotografia a supporto di un testo e poco avvezzo a considerare il mezzo fotografico una vera espressione autonoma.

Buona parte dell’opera fotografica di Lattuada è stata per fortuna acquisita dall’organizzazione dei Fratelli Alinari ed è disponibile presso il suo sito web per la consultazione.

(Testo a cura di Mauro Previdi)

Bibliografia:

  •  Nicoletta Leonardi: Fotografia e materialità in Italia. Postmedia Books      2013
  •  Antonello Frongia: Fotografia, urbanistica e (re-)invenzione de   paesaggio “ordinario” nell’Italia del secondo dopoguerra (in: Delli Aspetti de Paesi. Vecchi e nuovi Media per l’Immagine del Paesaggio. Cirice 2016)
  • Alberto Lattuada Fotografo: Dieci anni di Occhio Quadrato. Alinari 1982