Franco Vaccari è un fotografo, artista e saggista che ha rappresentato una delle voci più originali dell’ambiente culturale italiano, soprattutto nel corso degli anni’70.

Nato a Modena nel 1936, ha compiuto inizialmente studi scientifici, laureandosi in Fisica, per poi spostare i suoi interessi verso la produzione artistica con elaborazione di soluzioni originali e spesso anticipatrici di tendenze che si sarebbero poi consolidate negli anni successivi.

Le sue prime produzioni sono nell’ambito della poesia visiva, e già in queste sue prime opere (Pop esie, 1965; Entropico, 1966) si possono individuare i meccanismi e i principi di fondo di tutta la sua produzione successiva. In queste opere Vaccari “preleva” il suo materiale poetico dai media della carta stampata, utilizzando il modus operandi del ready made, mettendo in secondo piano l’artisticità dell’operazione.

Spostando il linguaggio da quello visivo-letterario a quello visivo-fotografico, Vaccari arriva nel 1966, con l’opera Le Tracce, ad isolare, con l’utilizzo del mezzo fotografico, frammenti di realtà urbana, sotto forma di elementi materiali come porzioni di muri segnati da graffiti e incisioni.

La preminenza della matericità in queste immagini riecheggia la lezione dell’arte informale, e lo spazio urbano diventa protagonista, assieme alla critica implicita alla nascente società dei consumi, caratterizzata dalla preminenza dei messaggi pubblicitari onnipresenti sui muri delle città.

In questa sua prima opera fotografica già emerge il suo interesse verso il superamento dell’idea tradizionale di “autore” a favore della “anonimità” e dell’“automatismo” dei graffiti lasciati  da una varia umanità sui muri dello spazio urbano.

“L’aprirsi al caso era qualcosa che aveva radici lontane; in particolare era una tecnica tipica del Dadaismo e ripresa poi dal Neo-dadaismo a partire dai primi anni Sessanta”.

Le scelte artistiche compiute a partire da quegli anni aspirano sempre meno alla compiutezza del prodotto artistico a favore di una progressiva e irreversibile “apertura”, che agisce a più livelli: il passaggio dal concetto di “opera” a quelli di “situazione” e “azione” (il compimento del processo avviato da Duchamp).

L’azione artistica si sposta all’interno di esperienze collettive, che tendono ad annullare, almeno su un piano ideale, la differenza tra artista e pubblico, conferendo a quest’ultimo un ruolo attivo e portatore di senso. A questo si accompagna il rifiuto del processo di mercificazione dell’arte, la sottolineatura del binomio arte-vita e la ricerca di un possibile ruolo sociale dell’artista, che diventa “operatore culturale.

In particolare, la fotografia diventa un elemento di interazione nelle performance e nelle azioni di Body Art e di Land Art, si fa elemento costitutivo nell’Arte Concettuale e nella Narrative Art, va oltre il suo storico legame con la pittura e agisce non più come forma di “rappresentazione”, ma come forma di relazione e di esperienza nei riguardi del reale, sia questo di natura sociale o privata.

Vaccari intuisce l’enorme potenzialità della macchina fotografica quando essa non venga utilizzata e guidata in modo forzatamente “artistico”, deliberatamente “creativo” (in ultima analisi pittorico), ma, più liberamente, lasciata agire come strumento in grado di produrre registrazioni e memorie autonome rispetto alle intenzioni e alle capacità dell’operatore.

Lo sviluppo ulteriore della sua concezione artistica lo porterà alle sue opere più significative, composte dalla fine degli anni 60, intitolate Esposizioni in tempo reale.

Queste sono costituite da una serie di operazioni in cui l’artista si limita a dare uno stimolo iniziale, divenendo catalizzatore di un’opera che in realtà si sviluppa, in tempo reale appunto, attraverso l’esperienza diretta del vissuto da parte dell’osservatore. Questo si inserisce nel clima di quegli anni che vedono nell’arte performativa uno dei capisaldi della produzione artistica.

Queste esposizioni si distinguono tuttavia dalle performance e dagli happening per il fatto che vedono come loro elemento essenziale quello del feed-back, cioè della possibilità da parte del pubblico non solo di assistere all’evento ma di parteciparvi ed interagire direttamente, aggiungendo la sua azione a quella dell’artista, che vede così venir meno il suo ruolo di unico attore protagonista.

Tra queste la più famosa ed emblematica è stata L’esposizione in tempo reale n. 4.

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Nell’ambito della Biennale di Venezia del 1972, Vaccari ha utilizzato come strumento coinvolgente una cabina per foto tessere, collocata all’interno degli spazi della Biennale, su una delle cui pareti campeggiava la scritta “Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio”.

I visitatori erano invitati, per il costo di 200 lire, ad utilizzare la macchina, e le fototessere ottenute erano poi appese in modo casuale sulle pareti.

Perfettamente coerente con lo spirito dadaista, un oggetto quotidiano, un mezzo di produzione meccanico ed automatico come la Photomatic, privo quindi delle caratteristiche tradizionalmente

attribuite all’artisticità e all’autorialità, veniva elevato al rango di strumento artistico, decontestualizzandolo dai luoghi usuali in cui si trovano questi apparecchi (stazioni ferroviarie, uffici pubblici, etc..) ad un luogo deputato all’esibizione dell’Arte.

A ciò si aggiunga la casualità dell’azione da parte del pubblico, il meccanismo che si crea di messa in crisi dell’identità dell’autore e l’emergere dell’inconscio tecnologico dell’apparecchio fotografico.

Attualissimo si rivela poi il tema della modalità di produzione dell’autoritratto che ha trovato, in questi ultimi anni, nell’uso del selfie, la sua apoteosi.

Oltre alla pratica artistica, Vaccari ha prodotto una notevole mole di scritti, raccolti in particolare nel libro Fotografia ed inconscio tecnologico (edito nel 1979 dalla casa editrice Punto e Virgola di Luigi Ghirri), in cui elabora in forma teorica quello che ha messo in atto nelle sue opere.

Nei concetti fondamentali della sua produzione teorica si rincorrono alcuni temi di fondo: il superamento della concezione dell’opera d’arte, ed in particolare della fotografia, come oggetto, che aveva avuto il suo culmine nel pittorialismo e che non era stata superata neanche nelle successive posizioni della straight photography, sottolineando, tuttavia, il valore della materialità degli oggetti ritratti; l’anticipo della multimedialità, che sarebbe poi divenuto uno dei presupposti del post-modernismo, attraverso l’utilizzo di molteplici strumenti di comunicazione (video, film, pubblicità, carta stampata,..); la sottolineatura del valore fondante dell’esperienza da parte dello spettatore come parte integrante della struttura stessa dell’opera d’arte con il conseguente venir meno del ruolo centrale dell’artista a favore di una dimensione socializzante dell’esperienza artistica stessa.

Un ruolo centrale nella sua elaborazione  lo occupa il concetto di “inconscio tecnologico” .

Vaccari prende le mosse dalla nozione di “inconscio ottico” elaborato da Walter Benjamin negli anni ’30.

Per Benjamin si tratta di sottolineare la capacità del mezzo tecnico, fotografico o cinematografico, di registrare porzioni della realtà che, seppure evidenti, non sono percepiti dall’occhio umano e lo diventano solo grazie al mezzo tecnico stesso (attraverso il congelamento del movimento, l’ingrandimento di un dettaglio, il montaggio, etc..).

Vaccari va al di là di questa impostazione e conferisce alla macchina stessa un’autonomia, un’indipendenza, che la rendono in grado di produrre “immagini già strutturate simbolicamente, indipendentemente dall’intervento dell’operatore”.

“Si era fatta strada l’idea che, in fondo, si vede solo quello che si sa. Con il concetto di “inconscio tecnologico” applicato al mezzo fotografico avevo visto la possibilità di scardinare i miei condizionamenti visivi e arrivare così a vedere quello che non sapevo”.

Nel contempo le immagini prodotte, le fotografie, sono esse stesse oggetti capaci di una vita autonoma, che entrano nelle dinamiche sociali, personali,  esistenziali, politiche, e culturali in genere, in un modo che sfugge alle possibilità di controllo da parte del loro autore.

L’onda lunga di queste concezioni arriva fino ai giorni nostri e fa di Franco Vaccari un vero precursore a cui molti autori contemporanei devono riconoscere un debito intellettuale.

A cura di Mauro Previdi

Bibliografia:

  • Nicoletta Leonardi: Fotografia e materialità in Italia. Postmedia books 2013
  • Roberta Valtorta (a cura di), Franco Vaccari. Fotografia ed inconscio tecnologico. Einaudi 2011
  • Antonella Russo: Storia culturale della fotografia itliana. Einaudi 2011