Un colore (stra)ordinario

Se cerchiamo su Wikipedia: William Eggleston, la descrizione dell’autore si può riassumere in queste parole: “è il fotografo del “mundane”, del banale, dell’ordinario, fotografato a colori”.

Questo ovviamente è vero ma è un pò troppo limitativo.

Per un fotografo che nell’arco della sua lunga carriera ha scattato centinaia di migliaia di immagini

la situazione è sicuramente un po’ più complessa, anche se comunque, questi due punti: l’ordinarietà e il colore, rimangono dei punti fermi e li possiamo utilizzare come base di partenza per un’argomentazione più articolata.

William Eggleston è nato nel 1939, in Tennessee, uno degli stati del sud degli USA.

Proviene da una famiglia benestante di coltivatori di cotone. 

E’ stato allevato praticamente dai nonni materni.

Frequenta l’università ma non consegue una laurea, dimostrando interesse per la pittura e la musica, e dagli anni ’60 si avvicina alla fotografia, iniziando prima con il bianco e nero per poi abbracciare, da metà anni ’60, l’uso del colore a cui si dedicherà in modo quasi esclusivo.

I suoi primi riferimenti fotografici sono Walker Evans, Robert Frank e soprattutto Henry Cartier-Bresson, di cui, inizialmente, diviene un seguace, cercando di imitare la sua capacità compositiva.

Le sue prime fotografie in bianco e nero testimoniano questa influenza, in particolare utilizzando gli stessi schemi formali della composizione dell’immagine,inquadrando il soggetto contro un piano geometrico, in un accostamento di soggetti, di gesti, e di situazioni, nella postura dei corpi, nel senso dello spazio come elemento costitutivo dell’immagine.

In realtà possiamo delineare una qualche affinità con HCB anche dal punto di vista personale: entrambi di famiglia agiata, nessuno dei due ha completato gli studi, pur essendo colti ed interessati all’arte, al disegno e alla musica classica, amanti delle belle donne, (non so se HCB fosse interessato alle sigarette, all’alcool ed ad altre sostanze ricreative, di sicuro Eggleston si).

Pur frequentando ambienti diciamo così “alternativi” Eggleston ha sempre tenuto molto a mantenere un’eleganza formale nell’abbigliamento

Al di là di questo, esprime comunque già da subito  le sue peculiarità nei soggetti che sceglie per le sue immagini e sono i luoghi e le situazioni  che si trovano  attorno a lui: “in quel momento la novità era la nascita dei centri commerciali e io ho cominciato a fotografarli..). 

Il suo interesse è per le cose apparentemente banali, ordinarie.

Si rende conto comunque presto  “di fare delle perfette imitazioni di HCB” e dalla metà degli anni ’60, sotto l’influenza dell’amico,  pittore e fotografo William Christenberry, si avvicina alla fotografia a colori, diventandone uno dei principali rappresentanti, anzi , secondo l’opinione di  John Szarkowski, curatore del dipartimento di fotografia del Moma, e curatore della prima mostra di Eggleston al Moma nel 1976, sarebbe , addirittura, il “padre” della fotografia a colori.

Si tratta evidentemente di un’iperbole e di una provocazione, così come è una leggenda che questa mostra del 1976 sarebbe stata la prima mostra fotografica a colori tenuta al Moma.

Nessuna di queste due cose è vera.

La fotografia a colori nasce, dopo tentativi sperimentali, nel 1904 con il sistema Autochrome ad opera dei fratelli Lumiere, gli inventori del cinematografo.

Il sistema Kodachrome è del 1936.

La prima mostra di fotografia a colori del Moma è del 1943 con le fotografie naturalistiche di Eliot Porter, ed è del 1962 la prima mostra monografica, dedicata ad un solo autore di fotografia a colori, Ernst Haas.

In realtà, nel campo dell’espressione artistica, né l’uso del colore né l’attenzione a soggetti quotidiani, era una novità: vedi  Edward Hopper (con cui condivide la valorizzazione delle qualità poetiche della luce) o  Andy Warhol.

Ciò non toglie che con Eggleston la fotografia a colori assuma una dignità ed un’importanza diversa da quella che aveva precedentemente.  Non è solo in quegli anni, altri fotografi come Stephen Shore e Joel Meyerowitz cominciano ad usare il colore in modo importante e significativo.

Non c’è dubbio, comunque,  che Eggleston rappresenti un po’ il campione di questa “rivoluzione”.

In cosa consiste questa rivoluzione?

La fotografia a colori era fino ad allora stata appannaggio soprattutto della fotografia pubblicitaria e della fotografia amatoriale o meglio dilettantesca.

La fotografia “seria”, intesa come espressione “artistica” o documentaristico-giornalistica era sempre stata in bianco e nero.

Walker Evans aveva etichettata la fotografia a colori come “volgare”; lo stesso HCB  l’aveva definita “una merda”.

D’altra parte lo stesso Walker Evans aveva detto che “quando il motivo centrale di un’immagine è la volgarità è la pellicola a colori che deve essere usata”.

Di questa volgarità Eggelston ha fatto il soggetto della sua fotografia. Volgarità intesa nel senso etimologico di appartenete al volgo, alle persone e alle cose comuni, o in termini più intellettualistici possiamo parlare del tema del vernacolare, recependo in questo la scelta dei soggetti di Walker Evans, intendendo con vernacolare un soggetto domestico, popolare, utile (vernaculus per i latini era lo schiavo nato in casa).

L’originalità di E. sta nella sua capacità  di valorizzare alcuni aspetti propri della fotografia pubblicitaria e di quella amatoriale e farne gli elementi caratteristici della sua espressività.

Se quello di Evans si poteva descrivere, secondo le sue stesse parole, come uno stile “documentario”, che utilizzava cioè un approccio formale  apparentemente freddo e distaccato, oggettivo, nella descrizione della realtà, per Eggleston possiamo parlare di uno stile “snapshot”, da istantanea, in cui il fotografo consapevolmente, per il suo scopo artistico,  prende a prestito alcuni aspetti della fotografia amatoriale, utilizzando l’immediatezza e l’intimità di questo linguaggio visivo, per incorporarli nel sue immagini, arricchendole di  un nuovo contenuto di tipo espressivo.

Come quelle dei dilettanti le  sue fotografie spesso sono inquadrate male, alcune porzioni dei soggetti sono tagliate, il soggetto principale è messo nel centro dell’inquadratura, spesso le foto sono inclinate, le scene ritratte e i soggetti sono banali, legate alla vita di tutti i giorni.

A differenza delle immagini amatoriali, tuttavia,  l’inquadratura non è casuale,  l’intera superficie delle immagini è significativa, e se una porzione di soggetto è ritagliata, lo scopo è quello di far riferimento ad una continuazione dell’oggetto anche al di fuori della fotografia, nel mondo reale (come ad es. succede nella pittura giapponese), in modo voluto e consapevole.

Un altro aspetto della fotografia snapshot, che Eggleston utilizza e interpreta a suo modo, è nella scelta dei soggetti. 

Eggleston definisce il suo modo di fotografare: un modo “democratico” (The Democratic Forest è il titolo di una delle sue opere principali).

Con questo intende il venir meno delle tradizionali gerarchie visuali  che definiscono i soggetti in base al loro appeal fotogenico: per E. ogni soggetto è meritevole di rappresentazione e non fa distinzione tra  il brutto e il magnifico, tra il banale e il significativo. La dignità del soggetto risiede nel processo stesso della rappresentazione fotografica. E’ la fotografia che definisce la visione della complessità e multiformità del mondo. “E’ l’immagine che dà vita al soggetto”.

Avremo quindi le fotografie dell’ordinario e dell’estetico, del decadimento e dell’elegia.

Dalla fotografia pubblicitaria ha mutuato la tecnica di stampa, utilizzando il costoso e complesso metodo del Dye Transfer. In questo metodo i colori sono sviluppati ed applicati separatamente sulla stampa, rendendo possibile un controllo accurato sul singolo colore, senza influenzare il colore complementare, ottenendo una grande intensità e profondità del colore, unita ad una grande stabilità e durata della stampa stessa, rendendola idonea ad un utilizzo museale e da collezione.

Questo almeno fino all’avvento del digitale, che ha mandato un po’ in soffitta il metodo.

Un altro elemento di orginalità che caratterizza Eggleston è  l’uso del colore  che è utilizzato come elemento integrale  della composizione e non è solo un elemento formale ma interagisce con gli altri elementi compositivi.

Accanto a questo il colore connota psicologicamente l’immagine, rendendo inusuali e stranianti dei soggetti ordinari e quotidiani.

All’interno della produzione di Eggleston possiamo riconoscere dei leitmotiv, dei temi ricorrenti che si ripetono nel tempo e che caratterizzano il suo modo di fotografare.

Dal punto vista compositivo le fotografie di E. sembrano spesso irradiare dal centro dell’immagine, e, come dice lo stesso Eggleston, ricalcano la struttura della bandiera confederata.

(già  il pittore Lothe, il maestro di accademia d’arte di HCB, diceva che “la figura generale che riunisce gli oggetti presenta spesso la forma della croce di S. Andrea”).

Pur essendo centrate e irradiantesi dal centro le immagini sono raramente riprese frontalmente, c’è un po’ il rifiuto della frontalità, che aveva caratterizzato la fotografia di Walker Evans, o comunque il soggetto della fotografia ne occupa una spazio ridotto dentro l’immagine.

La composizione poi, a volte, si fa meno precisa e diviene complessa, stratificata, con una sovrapposizione tra le linee, le forme e le porzioni di colore.

Un altro tema è quello della disumanizzazione dello sguardo: utilizzando punti di ripresa non usuali la visone di oggetti e situazioni comuni assume un significato “altro”. 

Simulando la visione  di un insetto che vola o quella di un cane raso terra, si esprime la  volontà di sperimentare altre maniere di prendere in considerazione il reale.  Dice Eggleston:“non posso volare ma posso fare esperimenti…”

I fatti e i soggetti banali vengono resi “strani” anche utilizzando inusuali inquadrature e punti di ripresa e isolandoli in modo da creare un senso di sospensione, di inquietudine, di latente incertezza su cosa stia realmente accadendo  o cosa  sia già successo in quella scena.

Si crea una tensione, una dialettica, tra ciò che è la percezione del fotografo e quello che è percepito dall’osservatore.

Se c’è un sentimento che serpeggia spesso nelle immagini di E.  è quello di un violenza annunciata o passata; i preliminari o le ultime onde di uno shock, di un dramma, passato o futuro.

Gli abitanti di un edificio ora vuoto o gli occupanti di una vettura abbandonata o un triciclo lasciato davanti ad una casa, abbandonato, misteriosamente, senza nessuna presenza umana rassicurante, senza un indizio della sua presenza monumentale ed inutile.

C’è un dramma incombente o comunque aleggiante nell’aria, una tensione di tipo cinematografico.

Questo tipo di immagini saranno riprese o prese ad ispirazione dal cinema di David Lynch o di Sofia Coppola.

Un altro tema che si riscontra nelle sue foto è quello della frammentazione, del decadimento, sia dell’uomo, con immagini di morti, di funerali, di tombe, che degli oggetti con immagini di  rifiuti, di scarti, di residui, del passare del tempo sugli edifici.

Segni di una miseria, di un’entropia o di un fallimento.

Entriamo poi in quella che possiamo definire la comfort zone di E. che è l’ambiente domestico, suo, dei suoi parenti, dei suoi amici.

L’inquietudine, il senso di attesa o di violenza che avverte in alcuni ambienti esterni, qui scompaiono, per lasciare il posto ad una rete di affetti e di relazioni e di gusto del buon vivere.

Un ulteriore passo nella zona del conforto è quella che si colloca nell’ambiente naturale, dove anche qui trova una dimensione di pace interiore e di elevazione dello spirito.

a cura di Mauro Previdi

Bibliografia:

  • Thomas Weski: “I Can’t Fly, But I Can Make Experiments” in William Eggleston “Democratic Camera”, Whitney Museum 2009
  • Brice Matthieussent: “Sur William Eggleston” Traffic, 62, 2007
  • John Szarkowski: “Essay” in “William Eggleston’s Guide”, MOMA 2002